martedì 15 febbraio 2011

A Stabio torna il basket


A Stabio il basket mancava dal 1982, anno nel quale l'allora Società Pallacanesto Stabio si aggregò al MOMO Basket che, da Molino Nuovo a Lugano (questa la Società d'origine) porto la sua squadra di lega nazionale A a Mendrisio. Dalle Scuole elementari di Stabio si spostarono così sia la prima squadra, militante in seconda divisione, sia il movimento giovanile composto dagli “atomi” (i nostri attuali propaganda) cadetti e scolari. Il 20 agosto 2009, su iniziativa di appassionati ed ex giocatori locali, nasce l'Associazione Sportiva Basket Stabio che ripropone la pallacanestro nel Comune con un gruppo di senjor-amatori (Old Boys) ma, soprattutto, iscrivendo al Campionato “cuccioli” 2010-2011 una squadra di giovanissimi: gli Young Boys, guidati dai coach Davide Agosta e Francesco Bassetti. Grazie al gemellaggio con il Mendrisio Basket ed il sostegno finanziario di Comune e sponsor locali, a Stabio torna a rimbalzare la palla a spicchi con un movimento di una quindicina di giovanissimi ed altrettanti senjor. Un numero destinato a cresere visto che nelle intenzioni di dirigenti ed allenatori dell'AS Basket Stabio c'è la creazione di una seconda squadra di Young Boys (prima e seconda elementare) per la prossima stagione 2011-2012. Si gioca ancora nella storica palestra elementare, con qualche “puntatina” nelle più accoglienti Palestre delle Medie per disputare, solo se disponibli, qualche partita casalinga. ...ma il problema delle strutture e dell'occupazione palestre è altro tema. Siamo comunque felici perchè a Stabio, dopo 27 anni, la pallacanestro è rinata. Per altre info visitate www.basketstabio.ch.

Vacallo, que pasa?





di Andrea Stephani

Come ci ricorda un proverbiale detto popolare, una rondine non fa primavera e la vittoria di mercoledì sera della SAV Vacallo contro gli Starwings di Basilea non fuga tutti i dubbi e le perplessità destate dalla squadra di Rodrigo Pastore nella semifinale di Coppa di Lega contro l’Olympic. Il confronto con i burgundi - ed indirettamente quello con i Lugano Tigers – ha chiarito le gerarchie attuali del campionato: davanti, e per ora inarrivabili per tutti, i bianconeri, a seguire il Friborgo e poi Vacallo, Ginevra e Monthey a disputarsi il terzo posto in classifica.
La differenza che separa i gialloverdi non diciamo dal Lugano, il cui potenziale è unico in Svizzera e pertanto non paragonabile alle altre formazioni, ma dall’Olympic (e anche, a volte, da Ginevra e Monthey) è soprattutto fisica: sotto canestro mancano chili e centimetri e ciò si ripercuote anche nella difficoltà ad impostare una difesa efficace contro squadre fisicamente più prestanti.
Già, la difesa. Due anni fa i momò vincevano Coppa Svizzera e campionato grazie ad un’organizzazione tattica superlativa e ad una difesa asfissiante, vera e propria arma in più della truppa di Pastore nei momenti di difficoltà. Nel corso di questa stagione, complici i numerosi infortuni che non hanno permesso ai ticinesi di allenarsi con la necessaria costanza, la SAV ha palesato un “gap” fisico sotto le plance che non è stato colmato né dall’arrivo di Pape Badji (troppo giovane e non ancora maturo per offrire un contributo costante alla causa gialloverde) né da quello di Milos Drca (che avrebbe dovuto allenarsi con Dacevic e compagni ma giocare in LNB con il Momò Basket).
Gli acciacchi fisici di Drca, Crnogorac e Dacevic hanno poi lasciato Martin Mihajlovic tutto solo soletto a difendere il fortino momò dagli attacchi degli indiani. E sappiamo tutti quanto il buon Martin non sia esattamente un giocatore che fa della fisicità la sua arma migliore... Conscio di questa situazione, Pastore aveva chiesto rinforzi, almeno per permettere alla squadra di svolgere allenamenti con almeno dieci giocatori in palestra. Don Rodrigo aveva dato delle indicazioni di massima abbastanza precise: un giocatore dotato appunto di una certa fisicità e in grado di catturare numerosi rimbalzi. Una sorta di Marcus Sloan, da anni uno dei “pallini” del tecnico argentino... E così, in quattro e quattr’otto, Pastore si ritrova in palestra... Julien Rahier, ala-guardia belga che si era già aggregato ai vacallesi per il Valtellina Circuit dell’estate scorsa ma che alla fine non era stato ingaggiato. Per carità, nulla contro il povero Rahier, che per altro ha già dimostrato nelle sue prime uscite ufficiali di essere un buon gregario, ma non sembra proprio che il suo ingaggio possa risolvere i problemi e le lacune di questa SAV.
Vacallo, que pasa?

Perle di semplice saggezza


di Marcello Ierace
La tentazione era quella di lanciarmi in una nuova esperienza di scrittura creativa, provando a battere sulla tastiera in ginocchio. O quantomeno in un doveroso – anche se un po’ militaresco – "attenti". Perché il soggetto merita, neanche a dirlo, la mia assoluta deferenza. Che ormai sfocia in una sorta di laica, mistica devozione. Tu, grande Dan, sei tornato. E tutti quei cialtroni – che il dio del basket li maledica – che si ricordano solo di quel "maaagico Lipton" sono lì a cianciare come se sapessero tutto di te. Senza rendersi conto di cosa rappresenti per una generazione di trentenni abbondanti, come il sottoscritto, totalmente infoiati di palla a spicchi. Tu, caro Dan, per noi, semplicemente, sei "il basket". Punto. Senza nulla togliere a nessuno, per carità. E non è tanto il palmarès da infarto – piccolo refresh: l’ultima stagione con la Tracer, 1986/87, Peterson si è portato a casa campionato (3-0 sulla Mobilgirgi Caserta), Coppa Italia (contro Pesaro) e Coppa Campioni (contro Maccabi Tel Aviv)... – ad offrirti il gradino più alto del nostro personalissimo podio. Sono quelle cose semplici ma geniali, che ogni allenatore di basket sogna di dire ai suoi almeno una volta nella vita. Perle di saggezza cestistica, che chiudono la bocca e aprono il cervello a Mike D’Antoni (ieri) e a lazzaronacci come David Hawkins (oggi). Stiamo tutti qui a filosofeggiare su zone match-up, pick’n roll, box out, backdoor e amenità varie, e lui parla di cuore, abnegazione, sputare sangue. Roba vecchia? Sarà... Intanto con la sua nuova Milano è partito con quattro in fila vinte, fate voi. Perle, gente, mica pizza e fichi. L’ultima l’ho sentita a Radio 24, se non ricordo male. Un giornalista chiedeva a Dan Peterson i motivi della sconfitta della nazionale italiana contro (mi pare) la Lettonia. Il – competentissimo, va detto – commentatore è partito a snocciolare tutte le possibili motivazioni del risultato negativo della squadra di Pianigiani. Non siamo ancora una squadra, ci manca il play, tatticamente non c’è ancora amalgama, Belinelli gioca da solo, Bargnani psicologicamente non è ancora un leader, gne gne gne gne. La risposta di Peterson è lapidaria: bisogna usare di più i passaggi schiacciati, soprattutto con Bargnani. Punto. Cioé, cose che si dicono a mini-basket, per intenderci. L’ha sparata? Be’ io da buon santommaso sono andato a controllare e, un paio di giorni dopo, mi son messo lì a guardarmi bene bene la partita contro la Finlandia. Allora, volete sapere se Dan l’ha sparata o c’ha azzeccato anche stavolta? Come direbbe Lefty Ruggiero (Al Pacino in "Donnie Brasco" per intenderci): chevvelodicoaffare.

Tutti a Chattanooga


«In questa piccola amica qua, ci sono venti tipi di tè differenti e tutti affiatati come una squadra vincente». Cioè, in quella pubblicità Dan Peterson parlava di una bustina di tè, la chiamava "questa piccola amica qua" e, se ho capito bene, ne allenava i venti tipi differenti che la componevano. Ora pare, così mi dicono, che si sia dato al basket, o che vi sia ritornato. Poco importa. Dan Peterson, in realtà, è un allenatore di tè, mica di giocatori di basket, e poi soprattutto è la voce del wrestling. Non la voce dello scialbo e ambiguo wrestling di oggi, ma di quello dei bei tempi, degli anni Ottanta e dei primi Novanta, quello di Hulk Hogan e del suo prediletto Macho Man, di Ultimate Warrior e André The Giant. Lui – perché non ci capisco niente, ma so usare wikipedia – ha allenato l’Olimpia sino al 1987, ma subito dopo si è dato al wrestling, senza neanche concedersi una bella pausa rigenerante, neppure una tazza di lipton. Mi immagino un Trapattoni che, una volta lasciato il calcio, il giorno dopo si mette a commentare, che so, American Gladiators, usando per di più termini da calciofilo. «Blaze va in sovrapposizione, raddoppia su Nitro. Commette un fallo tattico su Turbo. Occhio alla diagonale, che si sta inserendo Bronco». Peterson, il wrestling, lo commentava basandosi su ciò che lui conosceva, usando l’italiano che gli era (ed è tuttora) noto, quello del gergo baskettaro. E poi insultava i "cattivi": «Kamala, panzone che sei dell’Uganda». Ce l’aveva con gli obesi ugandesi, non ho mai capito perché, forse perché stava dalla parte dei tanti affamati dell’Uganda. Un caratterino mica da ridere. «Quando ha la luna storta, non puoi neppure avvicinarlo», mi ha spiegato un collega esperto. Oggi ha 75 anni – Dan, non il mio collega –, ma la luna non sempre rimane dritta. E la nostalgia pare averlo del tutto rapito. Prima ha accettato la proposta della "Gazzetta" relativa a una serie di dvd sul wrestling, poi ha detto sì pure a Giorgio Armani per tornare alla vecchia casa madre. Mi immagino l’incontro tra i due: uno con la maglietta nera tutta aderente infilata nei pantaloni neri tutti aderenti, con quella sua "erre" un po’ così, l’altro ruspante e ’mmmericano come solo lui potrebbe essere. Li immagino sul bordo di una piscina di Chattanooga Tennessee. «Sapete cosa beviamo qui a Chattanooga Tennessee quando il sole ti spacca in quattro? Non si sbaglia : ehi gang, lipton ice tea», e via con ragazze formose e abbondante tè freddo. Amore a prima vista. Dan, fenomenale!