martedì 15 febbraio 2011

Perle di semplice saggezza


di Marcello Ierace
La tentazione era quella di lanciarmi in una nuova esperienza di scrittura creativa, provando a battere sulla tastiera in ginocchio. O quantomeno in un doveroso – anche se un po’ militaresco – "attenti". Perché il soggetto merita, neanche a dirlo, la mia assoluta deferenza. Che ormai sfocia in una sorta di laica, mistica devozione. Tu, grande Dan, sei tornato. E tutti quei cialtroni – che il dio del basket li maledica – che si ricordano solo di quel "maaagico Lipton" sono lì a cianciare come se sapessero tutto di te. Senza rendersi conto di cosa rappresenti per una generazione di trentenni abbondanti, come il sottoscritto, totalmente infoiati di palla a spicchi. Tu, caro Dan, per noi, semplicemente, sei "il basket". Punto. Senza nulla togliere a nessuno, per carità. E non è tanto il palmarès da infarto – piccolo refresh: l’ultima stagione con la Tracer, 1986/87, Peterson si è portato a casa campionato (3-0 sulla Mobilgirgi Caserta), Coppa Italia (contro Pesaro) e Coppa Campioni (contro Maccabi Tel Aviv)... – ad offrirti il gradino più alto del nostro personalissimo podio. Sono quelle cose semplici ma geniali, che ogni allenatore di basket sogna di dire ai suoi almeno una volta nella vita. Perle di saggezza cestistica, che chiudono la bocca e aprono il cervello a Mike D’Antoni (ieri) e a lazzaronacci come David Hawkins (oggi). Stiamo tutti qui a filosofeggiare su zone match-up, pick’n roll, box out, backdoor e amenità varie, e lui parla di cuore, abnegazione, sputare sangue. Roba vecchia? Sarà... Intanto con la sua nuova Milano è partito con quattro in fila vinte, fate voi. Perle, gente, mica pizza e fichi. L’ultima l’ho sentita a Radio 24, se non ricordo male. Un giornalista chiedeva a Dan Peterson i motivi della sconfitta della nazionale italiana contro (mi pare) la Lettonia. Il – competentissimo, va detto – commentatore è partito a snocciolare tutte le possibili motivazioni del risultato negativo della squadra di Pianigiani. Non siamo ancora una squadra, ci manca il play, tatticamente non c’è ancora amalgama, Belinelli gioca da solo, Bargnani psicologicamente non è ancora un leader, gne gne gne gne. La risposta di Peterson è lapidaria: bisogna usare di più i passaggi schiacciati, soprattutto con Bargnani. Punto. Cioé, cose che si dicono a mini-basket, per intenderci. L’ha sparata? Be’ io da buon santommaso sono andato a controllare e, un paio di giorni dopo, mi son messo lì a guardarmi bene bene la partita contro la Finlandia. Allora, volete sapere se Dan l’ha sparata o c’ha azzeccato anche stavolta? Come direbbe Lefty Ruggiero (Al Pacino in "Donnie Brasco" per intenderci): chevvelodicoaffare.

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